Intelligenza Artificiale: se mal governata amplifica il gender-gap nel recruiting

L’Intelligenza artificiale, se non adeguatamente governata, rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere.
L’AI non è solo un’evoluzione tecnologica: può essere considerata una vera e propria “infrastruttura civile” in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale.

In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche.
È quanto emerge dallo studio “Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale”, curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari.

“Non è un decisore neutrale”

L’AI sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma solleva interrogativi sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Potrebbe infatti riprodurre i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi.
“L’AI non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza”, spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca.

Inoltre, poiché da un lato si tratta di “un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante – aggiunge Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari -, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”.

Bias blind spot: il condizionamento inconsapevole

Un dato significativo riguarda il livello di consapevolezza sull’uso di questa tecnologia: solo il 13% dei partecipanti allo studio utilizza concretamente strumenti di AI nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr.
Non stupisce, allora, un altro aspetto da tenere in considerazione nelle decisioni, il cosiddetto “bias blind spot”, ovvero, la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte.

In pratica, si ammette l’esistenza di discriminazioni di genere, ma risulta difficile riconoscere come elementi quali aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione.

Come comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata?

“L’innovazione – sottolinea Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia – per essere davvero tale deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro. È quantomai necessario immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana”.

Italia, destinazione top per i matrimoni

Passano gli anni, ma nell’immaginario collettivo l’Italia resta la destinazione dell’amore, come nei film degli anni Cinquanta. O meglio, resta la meta top per i matrimoni più romantici. Il turismo “del sì” è infatti in grande ascesa. Quindi non solo viaggi per le località di vacanza o per il buon cibo, ma per un momento che segna una vita: le nozze.

Secondo i dati Istat, nel 2024 sono state celebrate 3.378 unioni tra sposi entrambi stranieri e non residenti, pari a quasi il 2% del totale dei matrimoni avvenuti nel Paese. Un numero che racconta meglio di tante parole il ruolo dell’Italia come meta privilegiata del cosiddetto turismo matrimoniale.

Dalle città d’arte alle colline, l’Italia è una splendida cornice

A scegliere l’Italia sono soprattutto coppie provenienti da Paesi economicamente avanzati, attratte dal valore simbolico dei luoghi, dalla qualità dell’accoglienza e da un immaginario che resiste al tempo.

Per molti stranieri la possibilità di sposarsi in una villa storica, in un borgo affacciato sul mare o in una capitale d’arte è un sogno che si realizza, almeno una  volta nella vita. Un sogno che, numeri alla mano, continua ad ammaliare.

La frenata dovuta alla pandemia e la risalita

Negli ultimi anni il trend è stato discontinuo. Il turismo matrimoniale ha pagato un prezzo altissimo durante la pandemia. Nel 2019 le nozze tra sposi stranieri non residenti erano state oltre 4mila, ma nel 2020 sono precipitate a meno di mille, con un crollo superiore al 77%, complice il blocco della mobilità internazionale.

Dal 2021, però, c’è stata una graduale ripresa fino al consolidamento registrato nel 2024. Un chiaro segnale di ritorno alla normalità, anche se con più cautela rispetto al passato.

Stranieri residenti: come cambiano le dinamiche

Diverso è il quadro dei matrimoni tra cittadini stranieri che vivono stabilmente in Italia. Nel 2024 queste celebrazioni sono state 4.929, in calo di quasi il 5% rispetto all’anno precedente. Rappresentano poco meno del 60% dei matrimoni che coinvolgono sposi entrambi stranieri. Anche in questo caso, però, i numeri vanno letti con attenzione.

Molti cittadini immigrati, infatti, arrivano in Italia dopo essersi già sposati nel Paese d’origine, oppure scelgono di tornare temporaneamente a casa per celebrare le nozze. Di conseguenza, una parte significativa dei matrimoni che riguardano persone residenti in Italia avviene all’estero e non rientra nelle statistiche nazionali.

Un fenomeno che parla di mobilità e identità

Il turismo matrimoniale e le nozze degli stranieri residenti raccontano due facce della stessa realtà: l’Italia è un Paese che resta attrattivo e centrale nei percorsi di vita di molti, ma anche la società è sempre più mobile, senza confini e culture.
L’Italia, ancora una volta, fa da splendida cornice.

L’e-commerce raddoppia, ma le vendite sono ancora “fisiche” al 90%

In termini di valore economico nel 2025 gli acquisti e-commerce B2C son stimati in 58,8 miliardi di euro, 38,2 miliardi per gli acquisti di prodotti e 20,6 per quello di servizi. Eppure, circa il 90% circa delle vendite al dettaglio continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. Lo afferma l’Ufficio studi della CGIA.

Sebbene il commercio elettronico negli ultimi anni ha mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, sono questi ultimi a segnare la percentuale più alta di vendite.
In pratica, il commercio online aumenta la sua quota di mercato, ma i negozi tradizionali, seppur in difficoltà, continuano a generare la maggior parte del fatturato delle vendite al dettaglio, a beneficio dell’occupazione, del tessuto urbano e della qualità della vita.

GDO e commercio elettronico conquistano il mercato

Ma analizzando la variazione di crescita delle vendite al dettaglio relativa ai primi 10 mesi del 2025 si nota che rispetto allo stesso periodo del 2024 il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1%. Di contro, sia le vendite al di fuori dei negozi sia le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7%.

Le distanze si allargano considerando il confronto tra il 2019 e il 2024. Se le vendite online sono aumentate del 72,4% e quelle della grande distribuzione, trainate dal settore alimentare, del 16,4%, i negozi di vicinato hanno registrato un modesto +2,9% e le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1%.

In Europa il 71,8% acquista online. Italia “ferma” al 53,6%

Le esperienze internazionali dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si adottano politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio.

Secondo i dati Eurostat però nel 2024 il 53,6% degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 Paesi UE solo la Bulgaria presenta una quota di persone sul totale nazionale (49,8%) inferiore.
La media europea tocca il 71,8%, con punte del 90,8% in Danimarca, del 94% nei Paesi Bassi e del 94,7% in Irlanda.
Rispetto a 10 anni prima, la variazione in Italia è del +31,3%, contro una media UE27 del +25,6%.

Manca il sostegno politico-economico alle piccole attività locali

Gli ultimi dati Istat riferiti al 2024 mostrano come la percentuale più elevata di residenti che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto online si trova nella Provincia Autonoma di Trento (49,2%, pari a 268.000 consumatori). Seguono Valle d’Aosta (47,2%, 58.000), Toscana (47%, 1.722.000) e Friuli Venezia Giulia (46,4%, 554.000). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria, con il 27,6%, pari a 507.000 consumatori.

Insomma, se l’e-commerce è un fenomeno strutturale non è detto che la sua diffusione porterà alla cancellazione dei negozi di prossimità.
Ciò che manca è una cornice politica ed economica che permetta alle piccole attività locali di competere su parametri equi, riconoscendone il valore economico e sociale.

Cybersecurity: nel 2025 “distribuiti” mezzo milione di file dannosi

Nel 2025 la media di file dannosi rilevati ogni giorno è stata pari a 500.000, un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.

A livello globale, Windows è rimasto l’obiettivo principale dei cyberattacchi. Nel corso del 2025, il 48% degli utenti Windows è stato vittima di diversi tipi di minacce. Per gli utenti Mac, questa percentuale si aggira intorno al 29%.
Questi risultati fanno parte del Kaspersky Security Bulletin, in cui vengono analizzate le principali tendenze della cybersicurezza dell’anno passato.

Minacce web e on-device

Rispetto al 2024, in Italia hanno mostrato una crescita alcuni tipi di minacce. Ad esempio, nelle rilevazioni di password stealer l’aumento è stato del 65%, nelle rilevazioni di backdoor del 73% e nelle rilevazioni di spyware del 148%. In Italia circa il 27% degli utenti è stato vittima di minacce web, ovvero malware che prendono di mira gli utenti quando sono online.

Le minacce web non si limitano però alle attività online, ma in ultima analisi coinvolgono Internet per causare danni in un determinato momento.
Il 25% degli utenti italiani è stato vittima di attacchi on-device, che includono malware diffusi tramite unità USB rimovibili, supporti esterni, o che inizialmente si insinuano nel computer in forma ‘non aperta’. Ad esempio, programmi in installer complessi, file crittografati, ecc..

Trend per il rilevamento malware

In Italia, i trend dal 2024 al 2025 per il rilevamento malware segnano +9% di minacce on-device, +73% backdoor. +23% exploit, +65% password stealer, +148 spyware.
Per quanto riguarda l’Europa, i dati evidenziano +1% di minacce on-device, +50% backdoor, +5% exploit, +48% password stealer, +64% spyware.

“L’attuale panorama delle minacce informatiche è caratterizzato da attacchi sempre più sofisticati contro organizzazioni e individui in tutto il mondo – commenta Alexander Liskin, Head of Threat Research di Kaspersky -. Una delle scoperte più significative fatte da Kaspersky quest’anno è stata la ricomparsa di Hacking Team dopo il rebranding del 2019, con il suo spyware commerciale Dante utilizzato nella campagna APT ForumTroll, che integrava exploit zero-day nei browser Chrome e Firefox”.

“Comuni anche gli attacchi alla supply chain”

“Le vulnerabilità rimangono il modo più diffuso utilizzato dagli aggressori per introdursi nelle reti aziendali, seguito dall’uso di credenziali rubate, da cui deriva l’aumento di password stealer e spyware registrati quest’anno – continua Alexander Liskin -. Sono comuni anche gli attacchi alla supply chain, compresi quelli ai software open source. Quest’anno il numero di questi attacchi è aumentato in modo significativo e abbiamo persino assistito alla diffusione del primo worm NPM Shai-Hulud”.

Omnichannel Customer Experience: crescono gli investimenti sull’AI

A fotografare lo scenario omnicanale dell’imprenditoria italiana è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience del Politecnico di Milano. Oggi la trasformazione omnicanale delle imprese registra una fase di assestamento. Da un lato, crescono gli investimenti sull’AI a supporto dell’Omnichannel Customer Experience, dall’altro l’omnicanalità segna un leggero passo indietro, perché le aziende si rendono conto di dover rinforzare le fondamenta.

Secondo l’Omnichannel Customer Experience Index) nel 2025 il livello medio della maturità omnicanale delle aziende raggiunge 4,4 su 10. Nel 2024 era 4,8.
Il segnale di frenata riflette l’ingresso positivo di nuove imprese meno strutturate nel percorso di trasformazione omnicanale, ma anche le difficoltà delle imprese con un percorso già avviato nel consolidare le trasformazioni in atto.

La sfida è strategica e organizzativa, non solo tecnologica

I progetti di AI a supporto dei processi di gestione del cliente sono numerosi, ma nella gran parte dei casi sviluppati ‘a silos’ e senza una governance centralizzata. Circa la metà delle aziende infatti lascia piena o quasi totale autonomia alle Business Unit. Tale approccio favorisce l’innovazione locale, ma rischia di generare silos informativi e soluzioni non standardizzate. Al contrario, solo circa 1/4 delle aziende coordina i progetti tramite una direzione centrale.

In molti casi, le tecnologie vengono adottate senza una cultura della misurazione, senza competenze diffuse, senza un modello chiaro di accountability.
La sfida non è solo tecnologica: è strategica e organizzativa. Servono visione di lungo periodo, leadership consapevole e investimenti mirati su dati, persone e processi.

Grandi aziende: cresce l’adozione della GenAI

L’81% delle grandi aziende italiane che investe in AI ha già avviato progetti a supporto della gestione del cliente (+12 %). In particolare, è in forte crescita l’adozione della GenAI, che passa dal 22% del 2024 al 66%. Tale dinamica è trainata anche dalla diffusione di tool generalisti, come ChatGPT, utilizzati da quasi 7 aziende su 10.

Le aree più coperte sono marketing e comunicazione (61% , +21%), dove l’AI è adottata principalmente per automatizzare task operativi (creazione di contenuti, traduzione di testi), e customer service (51%, +2%), dove l’AI ottimizza la gestione delle richieste attraverso l’instradamento intelligente, la classificazione automatica delle priorità e la generazione di sintesi in tempo reale.

“La consapevolezza aumenta più della maturità”

“Nel 2025 vediamo crescere la consapevolezza più della maturità. Dopo un decennio – osserva Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio – solo una piccola parte può essere definita avanzata: i veri ‘champions’ dell’omnicanalità sono appena il 7%, e si distinguono per una visione chiara, una governance solida e l’integrazione strutturata dell’AI nei processi di gestione del cliente. Il resto del mercato si muove più lentamente, spesso frenato da strategie parziali, tecnologie disallineate o cultura organizzativa non ancora pronta al cambiamento. La flessione dell’OCX Index non è un segnale negativo in sé, ma il riflesso di un contesto che si confronta con la complessità della trasformazione”.

Non si tratta più di adottare nuove tecnologie, ma costruire cultura del cliente, qualità dei dati, competenze ibride e una leadership che sappia guidare il cambiamento.

ABI, una guida per muoversi in sicurezza nel mondo bancario digitale

Dal mondo bancario arriva uno strumento pensato per tutti noi, consumatori ormai abituati a vivere tra sportelli fisici, app, home banking e messaggi che si accavallano sul telefono.
L’ABI ha pubblicato una nuova guida dedicata alla sicurezza sui canali digitali e tradizionali, frutto di un lavoro corale che ha coinvolto banche, CERTFin, ABI Lab, OSSIF e diverse associazioni dei consumatori. Un impegno comune per farci navigare più protetti in un mare sempre più affollato di insidie.

La guida nasce all’interno del progetto Trasparenza Semplice e ha un obiettivo chiaro: spiegare senza giri di parole come riconoscere le minacce più diffuse, proteggere i dati personali e adottare quei comportamenti prudenti che spesso fanno la differenza. Nessun tecnicismo, solo indicazioni concrete e facilmente applicabili nella vita di tutti i giorni.

Perché oggi è così importante avere un manuale “pratico”

Viviamo un momento in cui truffe e tentativi di frode corrono veloci, sfruttando spesso l’effetto sorpresa o la fretta. E non serve essere ingenui per cascarci: basta un clic di troppo, una telefonata inattesa o un messaggio che fa scattare l’ansia. Ecco perché il nuovo vademecum richiama alcune regole che, pur essendo semplici, non andrebbero mai sottovalutate.

Le regole d’oro della sicurezza

La guida ricorda anzitutto di non condividere mai dati personali o finanziari quando arrivano richieste sospette tramite SMS, e-mail o telefonate improvvise. Lo stesso vale per link e allegati inviati da mittenti non affidabili: meglio lasciarli dove sono.
Un altro pilastro è la cura dei propri dispositivi. Aggiornamenti regolari, antivirus affidabili e una gestione attenta delle credenziali di accesso sono ormai parte della nostra quotidianità, così come l’abitudine a creare password robuste e diverse tra loro, attivando dove possibile l’autenticazione a due fattori.
Controllare periodicamente i movimenti del conto è un gesto semplice, ma spesso salvifico. Qualsiasi attività insolita va segnalata subito alla banca, senza esitazioni.

La guida mette anche in guardia dai messaggi che invitano ad agire immediatamente, magari raccontando storie improbabili di pericoli improvvisi o parenti nei guai. Prima di fare qualsiasi cosa, è sempre bene verificare di persona. Lo stesso vale per chi, al telefono, si presenta come un presunto operatore della banca e invita a spostare fondi: è uno dei trucchi più diffusi.
Infine, un campanello d’allarme spesso sottovalutato: se il cellulare smette all’improvviso di effettuare o ricevere chiamate, è bene chiedere subito spiegazioni al proprio operatore. Potrebbe essere il segnale di un tentativo di sottrarre il numero per compiere frodi.

Un aiuto per utenti sempre più consapevoli

La nuova guida dell’ABI non vuole spaventare, ma accompagnare. È un invito a usare con serenità gli strumenti digitali, ricordando che la sicurezza non è mai una complicazione, bensì una buona abitudine.
E, come tutte le abitudini, basta iniziare a coltivarla.

Filtro anti-spoofing: dal 19 novembre attivo anche per i numeri mobile

Lo spoofing consiste nella manipolazione del CLI (Calling Line Identification), ovvero l’identità del chiamante, con l’obiettivo di renderlo irriconoscibile e non richiamabile.
Questo stratagemma ostacola l’identificazione dei responsabili delle numerose chiamate moleste che affliggono gli utenti. Ciò è vero, in particolare, per le chiamate telefoniche originate all’estero, che costituiscono la porzione di gran lunga predominante del fenomeno.

Il 6 novembre l’Agcom ha stabilito alcune disposizioni attuative per rafforzare il contrasto a questo fenomeno. In particolare, la disposizione in vigore dal 19 agosto ha riguardato le chiamate con CLI di rete fissa, mentre dal 19 novembre è prevista l’estensione del blocco anche alle chiamate con CLI di rete mobile.

Procedure semplificate per il blocco preventivo delle chiamate

Il nuovo provvedimento amplia il perimetro di intervento, includendo tutte le tipologie di numerazione mobili, comprese quelle relative ai servizi mobili e personali specializzati (come, ad esempio, quelli satellitari) e quelle dedicate ai servizi di comunicazione tra dispositivi cosiddetti machine-to-machine.

Sono state inoltre definite alcune indicazioni operative per gli operatori.
Tra le novità, l’introduzione di una procedura semplificata per il blocco preventivo delle chiamate provenienti da operatori mobili che non generano chiamate vocali dall’estero, come quelli focalizzati su servizi automatizzati di tipo machine-to-machine.

Sospensione del roaming dall’estero degli operatori “fantasma”

È stato inoltre previsto il blocco delle chiamate provenienti dall’estero con CLI di operatori mobili che non hanno realizzato le misure previste dalla delibera n. 106/25/CONS, che consentono di verificare se il numero chiamante corrisponde a un utente effettivamente in roaming internazionale.

In conseguenza di tale blocco, il servizio di roaming all’estero offerto da tali operatori per le chiamate destinate in Italia risulterà sospeso fino alla realizzazione delle misure previste. Fermo restando l’obbligo per l’operatore mobile di informare con un mese di anticipo i propri clienti della sospensione del roaming e della possibilità di cambiare operatore.

A settembre filtrate circa 20 milioni di chiamate

A settembre 2025 il blocco delle chiamate telefoniche provenienti dall’estero con CLI di rete fissa (oltre 1 miliardo e 400 milioni di chiamate) ha comportato il filtraggio di circa 20 milioni di chiamate, pari all’1,37% del traffico complessivo.

Il confronto con la percentuale rilevata nel primo periodo di applicazione della misura (luglio e agosto, 5,74% circa) evidenzia una progressiva riduzione dei tentativi di instradare sul territorio nazionale chiamate con CLI spoofing con numerazione fissa italiana.
Le percentuali osservate singolarmente per i mesi di luglio e agosto, pari rispettivamente all’8,82% e al 3,84%, offrono un ulteriore dettaglio per tale andamento decrescente.

Frodi e telefonia: nel 2024 sono 3,9 milioni gli italiani truffati

Gli italiani che nel 2024 sono stati vittime di truffa o hanno subito un tentativo di frode in ambito telefonico, sia mobile sia fisso, sono quasi 3,9 milioni.
Che si tratti di telefonia fissa o mobile i canali più utilizzati dai truffatori sono stati finti call center (63,3% fissa, 47,1% mobile), false email (25,6% fissa, 42,9% mobile) e SMS (18,9% fissa, 32,8% mobile).

L’indagine condotta per Facile.it da mUp Research stima a livello economico un danno complessivo pari a 628 milioni di euro, in media 124 euro per la telefonia mobile e 157 per quella fissa.
Eppure, nonostante il danno economico, più di una vittima su 2 (52%) non ha sporto denuncia. I motivi principali? Sentirsi ingenui (20%) o non aver voluto condividere la “vergogna” con familiari e amici (15%).

I canali più utilizzati e le frodi più comuni

Per la telefonia mobile in più di un caso su 4 i tentativi di frode sono avvenuti tramite le app di messaggistica istantanea, come WhatsApp o Telegram. Ma una delle truffe più comuni è la richiesta di pagamenti da parte di falsi tecnici che bussano alla porta di chi ha appena richiesto l’attivazione di una nuova linea telefonica. Oppure, quella del falso operatore telefonico che avvisa del presunto mancato pagamento di diverse bollette.

Un altro schema tipico comincia con una telefonata da parte di un finto consulente, che si presenta come dipendente dell’azienda di telefonia con cui la vittima ha il contratto e insiste per concordare un incontro di persona.

Non richiamare quel numero sconosciuto!

Un altro genere di truffa molto diffusa è quella legata alle chiamate senza risposte ricevute da numeri sconosciuti. In pratica, si riceve una telefonata da un numero sconosciuto e nel momento stesso in cui si risponde il truffatore fa cadere la linea. L’intenzione è proprio quella di spingere la preda a richiamare e prosciugare il credito telefonico addebitando costi esorbitanti per la chiamata.

Questa truffa per funzionare ha bisogno che la vittima provi a ricontattare chi lo ha chiamato. L’aiuto più importante per non cascare in questo inganno arriva dal web, dove bastano pochi secondi per verificare se il numero che ha chiamato è già stato segnalato come origine di frodi.

Quando le difese sono abbassate è facile cadere in trappola

Oggi la maggior parte degli utenti non si fida di email non richieste che invitano a cliccare su un link e inserire dati privati o di pagamento.
Lo stesso schema, però, ora viaggia su un altro canale, i messaggi sul cellulare. Non abituati a dubitare di quello che arriva in questo modo, troppo spesso le difese sono abbassate, e altrettanto spesso, si cade in trappola.

In generale, attenzione anche a verificare attentamene un contratto prima di sottoscrivere una nuova offerta. Possono nascondersi costi non esplicitati (invio o noleggio modem, servizi a pagamento ecc.). E controllare la velocità dichiarata, quella minima garantita e quella effettiva.

Il digitale fa bene alle imprese, ma il 42% è ancora indietro

Se ne è parlato nel corso dell’incontro “Transizione digitale per le piccole imprese: strumenti e risorse disponibili”, organizzato da Unioncamere e Il Sole 24 Ore: pur in crescita negli ultimi anni, il livello medio di adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese italiane è ancora contenuto.
I dati elaborati dai PID, i Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, sulla base dei test di autovalutazione effettuati dalle imprese, mostrano un miglioramento ancora contenuto della maturità digitale.

Eppure il digitale fa bene alle imprese. Secondo l’analisi di Unioncamere e Centro studi Tagliacarne le imprese digitalizzate hanno una produttività superiore del 12% rispetto alle altre, e una maggiore propensione all’export (+67%).

Il ruolo dei PID nel processo di cambiamento

“I PID stanno svolgendo un ruolo determinante, avendo accompagnato oltre 800.000 imprese nei processi di cambiamento attraverso l’erogazione di servizi di informazione, formazione, assessment, orientamento e mentoring – ha sottolineato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. È necessario ampliare questa linea di azione, con iniziative capaci di rendere sempre più accessibili alle imprese le nuove tecnologie, e in particolare l’Intelligenza artificiale, creando cultura e consapevolezza e soprattutto adeguati strumenti finanziari per sostenere e procedere nella rivoluzione digitale”.

Diminuiscono le Esordienti aumentano le Esperte

Il sistema produttivo nazionale, però, non è proprio all’abc sul 4.0. Pur restando consistente, è diminuita la quota di imprese che conoscono e utilizzano poco le soluzioni più avanzate proposte dalla digitalizzazione. Tanto che le aziende denominate Esordienti e Apprendiste sono passate dal 60,5% del 2018 al 42% del 2024.

In compenso, sono aumentate le imprese considerate Specialiste, quelle che mostrano una applicazione limitata delle tecnologie abilitanti, passate dal 29,7% al 39,1% nel medesimo arco temporale, così come le Esperte (dal 6,5% al 13,7%) e le Campione (dal 3,3% al 5,2%), le aziende, cioè, che hanno pienamente inserito le nuove tecnologie nei propri processi/prodotti o servizi.

Sicurezza informatica e AI le due sfide con cui confrontarsi

Di sicuro, però, le imprese hanno due snodi importanti con i quali confrontarsi: la sicurezza informatica, i cui attacchi sono cresciuti del 644% tra il 2020 e il 2024, e l’adozione dell’Intelligenza artificiale, oggi limitata al 13,1% della platea imprenditoriale. 

Per questo sono utili strumenti come PID-Next, l’iniziativa nazionale diretta ad accompagnare le micro, piccole e medie imprese nei percorsi di transizione digitale.
Il progetto è promosso da Unioncamere con il supporto di Dintec, finanziato con risorse PNRR e sostenuto da fondi dell’Unione Europea – NextGenerationEU.

Perché giocare ai videogame fa bene… alla salute?

Troppo facile definirli semplicemente un passatempo. I videogiochi sono di più, molto di più: addirittura, hanno un potere quasi taumaturgico. Lo confermano gli stessi gamer: i videogiochi sono diventati un modo per stare meglio, rilassarsi e persino crescere sul piano personale e professionale.

Lo rivela lo studio internazionale “The Power of Play”, che ha coinvolto oltre 24 mila videogiocatori in 21 Paesi, tra cui l’Italia.
La ricerca, coordinata da Entertainment Software Association (ESA) insieme a IIDEA, l’associazione italiana dell’industria videoludica, è stata presentata a Pesaro in occasione del festival dedicato al videogioco come strumento di impatto sociale, promosso dal Comune di Pesaro e dall’Università di Urbino Carlo Bo.

Un antistress naturale

In base ai dati raccolti, il 71% dei gamer italiani gioca per rilassarsi e scaricare la tensione dopo gli impegni della giornata. Per il 60%, i videogiochi rappresentano un aiuto concreto contro l’ansia, mentre quasi la metà degli intervistati (49%) li considera un efficace mezzo per combattere la solitudine.

Oltre il 50% degli intervistati afferma che giocare contribuisce ad aumentare la felicità quotidiana. In pratica, per molti italiani il videogioco è un antistress naturale, una parentesi di benessere che aiuta a ritrovare equilibrio e serenità.

Imparare giocando

Giocare ai videogiochi non serve solo a distrarsi: aiuta anche a mantenere la mente attiva. Quasi un giocatore su due dichiara di farlo per allenare le proprie capacità cognitive.
Tra le varie tipologie, i preferito sono i puzzle game (51%), seguiti dai giochi d’azione (35%) e da quelli basati su abilità o fortuna.

Ma il dato più interessante riguarda le competenze sviluppate grazie al gioco: creatività, problem solving, pensiero critico, lavoro di squadra e gestione del tempo.
Il 34% degli italiani riconosce che queste abilità hanno avuto un impatto positivo sulla carriera o sul percorso di studi.

Il videogioco come spazio di connessione

Ma c’è di più. Lo studio evidenzia che, oltre al benessere individuale, e il gioco produce anche un valore sociale. Il 39% dei genitori italiani afferma che giocare insieme ai figli ha rafforzato il legame familiare, creando momenti di condivisione.

Per il 61% dei gamer, i videogiochi sono anche un modo per conoscere nuove persone, mentre più della metà racconta di aver scoperto nuovi interessi – musica, film, libri – partendo proprio da un titolo videoludico.
Il 64% è convinto che oggi esista un videogioco adatto a tutti, a prescindere da età o gusti personali: un segno che il gaming è diventato un linguaggio universale.

“The Power of Play”

Lo studio, condotto da AudienceNet, ha raccolto 24.216 risposte da giocatori di età compresa tra 16 e 65 anni in 21 Paesi.
Oltre all’Italia, hanno partecipato anche Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti e molti altri. Tutti i partecipanti sono stati selezionati tra giocatori attivi, ovvero persone che dedicano almeno un’ora a settimana al videogioco.