Intelligenza Artificiale: se mal governata amplifica il gender-gap nel recruiting

L’Intelligenza artificiale, se non adeguatamente governata, rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere.
L’AI non è solo un’evoluzione tecnologica: può essere considerata una vera e propria “infrastruttura civile” in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale.

In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche.
È quanto emerge dallo studio “Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale”, curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari.

“Non è un decisore neutrale”

L’AI sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma solleva interrogativi sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Potrebbe infatti riprodurre i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi.
“L’AI non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza”, spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca.

Inoltre, poiché da un lato si tratta di “un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante – aggiunge Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari -, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”.

Bias blind spot: il condizionamento inconsapevole

Un dato significativo riguarda il livello di consapevolezza sull’uso di questa tecnologia: solo il 13% dei partecipanti allo studio utilizza concretamente strumenti di AI nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr.
Non stupisce, allora, un altro aspetto da tenere in considerazione nelle decisioni, il cosiddetto “bias blind spot”, ovvero, la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte.

In pratica, si ammette l’esistenza di discriminazioni di genere, ma risulta difficile riconoscere come elementi quali aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione.

Come comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata?

“L’innovazione – sottolinea Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia – per essere davvero tale deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro. È quantomai necessario immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana”.

Italia, destinazione top per i matrimoni

Passano gli anni, ma nell’immaginario collettivo l’Italia resta la destinazione dell’amore, come nei film degli anni Cinquanta. O meglio, resta la meta top per i matrimoni più romantici. Il turismo “del sì” è infatti in grande ascesa. Quindi non solo viaggi per le località di vacanza o per il buon cibo, ma per un momento che segna una vita: le nozze.

Secondo i dati Istat, nel 2024 sono state celebrate 3.378 unioni tra sposi entrambi stranieri e non residenti, pari a quasi il 2% del totale dei matrimoni avvenuti nel Paese. Un numero che racconta meglio di tante parole il ruolo dell’Italia come meta privilegiata del cosiddetto turismo matrimoniale.

Dalle città d’arte alle colline, l’Italia è una splendida cornice

A scegliere l’Italia sono soprattutto coppie provenienti da Paesi economicamente avanzati, attratte dal valore simbolico dei luoghi, dalla qualità dell’accoglienza e da un immaginario che resiste al tempo.

Per molti stranieri la possibilità di sposarsi in una villa storica, in un borgo affacciato sul mare o in una capitale d’arte è un sogno che si realizza, almeno una  volta nella vita. Un sogno che, numeri alla mano, continua ad ammaliare.

La frenata dovuta alla pandemia e la risalita

Negli ultimi anni il trend è stato discontinuo. Il turismo matrimoniale ha pagato un prezzo altissimo durante la pandemia. Nel 2019 le nozze tra sposi stranieri non residenti erano state oltre 4mila, ma nel 2020 sono precipitate a meno di mille, con un crollo superiore al 77%, complice il blocco della mobilità internazionale.

Dal 2021, però, c’è stata una graduale ripresa fino al consolidamento registrato nel 2024. Un chiaro segnale di ritorno alla normalità, anche se con più cautela rispetto al passato.

Stranieri residenti: come cambiano le dinamiche

Diverso è il quadro dei matrimoni tra cittadini stranieri che vivono stabilmente in Italia. Nel 2024 queste celebrazioni sono state 4.929, in calo di quasi il 5% rispetto all’anno precedente. Rappresentano poco meno del 60% dei matrimoni che coinvolgono sposi entrambi stranieri. Anche in questo caso, però, i numeri vanno letti con attenzione.

Molti cittadini immigrati, infatti, arrivano in Italia dopo essersi già sposati nel Paese d’origine, oppure scelgono di tornare temporaneamente a casa per celebrare le nozze. Di conseguenza, una parte significativa dei matrimoni che riguardano persone residenti in Italia avviene all’estero e non rientra nelle statistiche nazionali.

Un fenomeno che parla di mobilità e identità

Il turismo matrimoniale e le nozze degli stranieri residenti raccontano due facce della stessa realtà: l’Italia è un Paese che resta attrattivo e centrale nei percorsi di vita di molti, ma anche la società è sempre più mobile, senza confini e culture.
L’Italia, ancora una volta, fa da splendida cornice.

L’e-commerce raddoppia, ma le vendite sono ancora “fisiche” al 90%

In termini di valore economico nel 2025 gli acquisti e-commerce B2C son stimati in 58,8 miliardi di euro, 38,2 miliardi per gli acquisti di prodotti e 20,6 per quello di servizi. Eppure, circa il 90% circa delle vendite al dettaglio continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. Lo afferma lUfficio studi della CGIA.

Sebbene il commercio elettronico negli ultimi anni ha mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, sono questi ultimi a segnare la percentuale più alta di vendite.
In pratica, il commercio online aumenta la sua quota di mercato, ma i negozi tradizionali, seppur in difficoltà, continuano a generare la maggior parte del fatturato delle vendite al dettaglio, a beneficio delloccupazione, del tessuto urbano e della qualità della vita.

GDO e commercio elettronico conquistano il mercato

Ma analizzando la variazione di crescita delle vendite al dettaglio relativa ai primi 10 mesi del 2025 si nota che rispetto allo stesso periodo del 2024 il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1%. Di contro, sia le vendite al di fuori dei negozi sia le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7%.

Le distanze si allargano considerando il confronto tra il 2019 e il 2024. Se le vendite online sono aumentate del 72,4% e quelle della grande distribuzione, trainate dal settore alimentare, del 16,4%, i negozi di vicinato hanno registrato un modesto +2,9% e le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1%.

In Europa il 71,8% acquista online. Italia “ferma” al 53,6%

Le esperienze internazionali dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si adottano politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio.

Secondo i dati Eurostat però nel 2024 il 53,6% degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 Paesi UE solo la Bulgaria presenta una quota di persone sul totale nazionale (49,8%) inferiore.
La media europea tocca il 71,8%, con punte del 90,8% in Danimarca, del 94% nei Paesi Bassi e del 94,7% in Irlanda.
Rispetto a 10 anni prima, la variazione in Italia è del +31,3%, contro una media UE27 del +25,6%.

Manca il sostegno politico-economico alle piccole attività locali

Gli ultimi dati Istat riferiti al 2024 mostrano come la percentuale più elevata di residenti che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto online si trova nella Provincia Autonoma di Trento (49,2%, pari a 268.000 consumatori). Seguono Valle dAosta (47,2%, 58.000), Toscana (47%, 1.722.000) e Friuli Venezia Giulia (46,4%, 554.000). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria, con il 27,6%, pari a 507.000 consumatori.

Insomma, se le-commerce è un fenomeno strutturale non è detto che la sua diffusione porterà alla cancellazione dei negozi di prossimità.
Ciò che manca è una cornice politica ed economica che permetta alle piccole attività locali di competere su parametri equi, riconoscendone il valore economico e sociale.